Goya e Caravaggio tra verità e ribellione: un incontro ai Musei Capitolini – Roma


Roma – Un gentiluomo, un ombrello nella mano destra, protegge dal sole una giovane donna seduta su un prato.
La maja, stretta in un abito di foggia francese, sorregge sul grembo un cagnolino mentre il fidanzato le fa ombra con il parasole. Le due figure sono disposte secondo un impianto piramidale, mentre lo sfondo alle loro spalle è privo di profondità.

Quello della sombrilla (parasole), è un tema molto ricorrente nella cultura del tempo, presente in numerosi quadri e romanzi.
Il pittore spagnolo Francisco Goya eseguì l’opera tra il 3 marzo e il 12 agosto 1777, giorno in cui la consegnò alla Real Fabrica di Santa Barbara. La retribuzione piuttosto bassa che gli fu consegnata lascia pensare che l’opera sia stata sottostimata, probabilmente a causa dello scarso numero di personaggi e dell’assenza di una quinta paesistica attentamente descritta.

I protagonisti di questo innocente gioco amoroso, galante – impregnato, grazie alla luminosità, vivificata dai rossi, gialli e azzurri disciolti, di quella joie de vivre che allude all’illuminato regno di Carlo III di Spagna – saranno a Roma dal 12 gennaio al 25 febbraio, ospiti d’onore nella Sala Santa Petronilla dei Musei Capitolini.


Michelangelo Merisi da Caravaggio, Buona Ventura, Olio su tela, 115 x 150 cm, Roma, Pinacoteca Capitolina

La tela, concessa in cambio dell’ Anima beata di Guido Reni, prestata all’istituzione spagnola in occasione della mostra Guido Reni al Prado fino 9 luglio, dialogherà con La Buona Ventura di Caravaggio, offrendo ai visitatori uno spunto di riflessione
sui due grandi maestri, a cura di Federica Maria Papi.

L’intento è quello di accostare due altissimi interpreti della società del proprio tempo che nella loro pittura hanno saputo introdurre rivoluzionarie novità iconografiche e stilistiche.

Realizzato come cartone preparatorio per uno dei dieci arazzi destinati a decorare la sala da pranzo del Palazzo del Pardo a Madrid, tra il 1856-1857, Il parasole fu trasferito al Palazzo Reale di Madrid e nel 1870, per ordine reale, entrò a far parte delle collezioni del Prado.
La vista prospettica dal basso verso l’alto e il suo formato indicano che la tela era destinata a decorare una soprafinestra. L’arazzo risultante da questo cartone era appeso nella sala da pranzo dei principi delle Asturie (il futuro Carlo IV e sua moglie María Luisa de Parma) nel Palazzo El Pardo di Madrid. La serie di cui fa parte era composta da dieci arazzi di soggetto “campestre” (tutti conservati al Museo del Prado).


Francisco Goya, Il parasole, 1777, Olio su tela, Madrid, Museo del Prado

All’occhio di chi osserva spicca l’impiego del rosso puro, colore applicato direttamente sulla tela, tecnica che prelude gli sviluppi futuri della pittura romantica, se non addirittura di quella impressionista.
Secondo alcuni critici Goya potrebbe aver avuto come modello Vertumno e Pomona, un’opera del pittore francese Jean Ranc, ora al Musée Fabre di Montpellier, trasformando il soggetto mitologico in una scena di vita moderna.

 Leggi anche:
• Da Goya a Keith Haring, il 2024 dei Musei Civici di Roma



Source link

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *