Degas and graphics, a story to discover in Naples – Naples

Edgar Degas, Danseuse chez le photographe. Etching

Naples – “Drawing is the artist’s most direct and spontaneous expression, like a sort of writing: it reveals his true personality much better than painting”. Edgar Degas was deeply convinced of this and, a rare fact among the Impressionists, he mastered pencils and charcoal from a very young age. It is not the only surprise of the exhibition Degas. The return to Napleswhich from 14 January to 10 April at the Monumental Complex of San Domenico Maggiore will illuminate another little known side of the French master: the link with the Neapolitan city, where Degas stayed in his youth and where a branch of his family resided.

Edgar Degas, The Cardinal family, 15.5 x 23 cm

A few steps from Palazzo Pignatelli di Monteleone, the home of the paternal grandfather Hilaire, we will discover the face of the “Neapolitan” Degas in about 200 works. On display sketches and drawings, but also several series of engravings and 34 photographs, evidence of the artist’s interest in a then new medium, which he used to study the movement of the human body and horses. If the drawings are an open window on the creative processes at the origin of Degas’ painting, the engravings tell us about complex and successful projects, such as the illustrations for the stories by Guy de Maupassant and his friend Ludovic Halévy, published by the famous publisher Vollard. Alongside the works of Degas, we will find the works of other great masters of his time, from Eduard Manet to Henry Toulouse-Lautrec, of Italian and international artists who gravitated to the Neapolitan area and even of Pablo Picasso.

Edgar Degas, Carnet Ludovic Halevy

Divided into three thematic areas, the exhibition begins with an immersion in the atmosphere of Naples at the end of the 19th century, introducing the young painter’s family to the public: his grandfather Hilaire De Gas, the subject of the first important canvas that the artist painted in the city, and Bellelli, the Italian relatives represented in a colorful family portrait, here the protagonists of a multimedia reconstruction. The thirty impromptu drawings of Carnet Halévy they also show how the painter’s creative vein expressed itself spontaneously at any time, even during social evenings, often tinged with slight irony.

Edgar Degas, La Maison Tellier

The next section takes us into the heart of the world of Degas with his best-known themes: prostitutes, characters from the theater and the café-chantant and above all the famous dancers populate the nights of the Belle Époque in a gallery of drawings, preparatory studies, lithographs, woodcuts and three bronze sculptures. Do not miss the color and black and white engravings for the novella The Maison Tellier by Guy de Maupassant, later published by Vollard: here Degas recounts daily life in a late 19th-century pleasure house, as in a photo-report. The engravings for the novel The Cardinal family by Halévy, on the other hand, they present the circles of the Parisian bourgeoisie, in one of the most successful proofs of the illustrator Degas.

Edgar Degas, La Maison Tellier

The third and final chapter is a cross-section of the master’s friendships and social life: among the faces of his travel companions we recognize some of the most important protagonists of painting between the nineteenth and twentieth centuries. Here, a precious portrait of Eugéne Manet, brother of the famous Édouard and husband of the impressionist painter Berthe Morisot, also present in the exhibition like her American colleague Mary Cassatt, stands out for its artistic qualities.

Edgar Degas, Carnet Ludovic Halevy

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Splendide sculture geometriche astratte di Robert Moreland » Design You Trust


L’artista americano Robert Moreland ha mescolato magistralmente i confini tra pittura e scultura per produrre un tipo unico di arte murale che affascina lo spettatore. I suoi pezzi geometrici astratti, realizzati utilizzando una varietà di materiali come legno, tela, puntine, vernice e pelle, sono caratterizzati da forme audaci e un uso sorprendente del colore.

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Mentre i tuoi occhi si spostano sul lavoro di Moreland, i pezzi si dispiegano in una complessa esposizione di forme e modelli, creando un’esperienza visiva in continua evoluzione. L’interazione di forme geometriche e l’uso del colore crea un effetto che è allo stesso tempo stimolante e calmante, attirando lo spettatore per uno sguardo più attento.


L’opera d’arte di Moreland spinge i confini dei metodi artistici tradizionali, trascendendo i soliti confini della pittura e della scultura per creare qualcosa di completamente nuovo. I suoi pezzi da parete geometrici astratti non sono solo un piacere visivo, ma anche una testimonianza della sua maestria nel suo mestiere e un riflesso della sua visione artistica.


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Brett Goodroad al Greene Naftali, New York

Facciamo una passeggiata. Solo noi. Non vestirti troppo; il clima è mite; l’aria sarà gentile con noi. Non stiamo andando lontano, proprio qui, a uno dei dipinti di Brett Goodroad, una sorta di grande immagine in una galleria di immagini che ci sposta dall’oscurità alla luce e viceversa.

È importante sapere che mentre il tuo occhio passa da una macchia di colore e forma a un’altra in un’opera e poi in un’altra, anche la tua coscienza si sposterà, il che significa che qualunque cosa tu abbia pensato guardando lo squisito punto rosso vicino al centro di la tela dentro Senza titolo (rugiada) (2021), diciamo, cambierà e si espanderà man mano che prendi il giallo dello stesso dipinto, e poi il blu sopra il giallo.

Forse non espandersi tanto quanto alzarsi mentre il dipinto si eleva nella sua celebrazione di ciò che la pittura può fare e di ciò che può fare l’immaginazione. Il lavoro di Goodroad chiede di avere di nuovo un po’ di fede o di ristabilire la nostra fede nel sontuoso; te lo ricordi; la capacità della pittura di elevare l’occhio e quindi noi fino al celeste, essendo la pittura e l’immaginazione la religione di Goodroad, e quindi la nostra fede a causa della sua fede. Andiamo un po’ più vicino ora, ma ad un’altra opera, come questa, chiamata Autunno (2021-22). È dipinto su rame e misura circa 24 x 36 pollici; è un dipinto sulla natura proprio come Senza titolo (rugiada) riguarda la natura – in effetti, non puoi trovare una Goodroad, davvero, non si tratta di come si sentono l’aria, il cielo e la luce naturale in relazione alla pittura, e come la pittura si relaziona a loro – ma ti viene impedito di cadere , affondando in Autunno perché l’artista l’ha creata su un altro fatto della natura: il rame. Ma prima di parlarti del rame, voglio parlarti dell’autunno. È una stagione breve ma bella, un momento di ritorno all’interno mentre i polmoni si riempiono di aria fresca e frizzante e la pelle è particolarmente sensibile alle temperature in calo e alle giornate più corte. Ma anche questo passerà, questa stagione di foglie strappate e caminetti, perché tutto passa, diventando qualcos’altro, ed è anche questo lo scopo di un dipinto di Goodroad: mostrare come questo momento si trasformi in qualcos’altro.

Torniamo al rame. Apporta qualcosa di scultoreo all’opera, non è vero, rende il dipinto un oggetto inconfutabile e allo stesso tempo assicura che tu sappia che è un dipinto a causa delle immagini che nuotano e si alzano e scappano da quelle lastre di rame maneggiate da Goodroad.

Rame: questo è diverso dal lino, ovviamente, perché il lino deriva dal cotone, e non puoi dipingere su batuffoli di cotone (se potessi, Goodroad lo avrebbe già fatto). Insomma, il rame, come lo usa questo artista che ha trascorso tanti anni a San Francisco – dove l’aria è un evento tanto quanto la luce e l’umidità – non subisce un processo per diventare qualcos’altro. Invece, Goodroad celebra la natura elementare del rame, la sua forza, schiettezza e colore pieno di sentimento, lavorando con ciò che ha, quella superficie dura e scintillante in cui i suoi sogni sembrano diversi perché non solo sta lavorando ciò che è reale, proprio davanti ai suoi occhi: quel rame – proprio come sta lavorando con la natura, e come è inestricabilmente legata, e come alimenta la sua immaginazione.

Ci sono un certo numero di opere su rame qui, in questo gentile ma energico, titanico e minuscolo museo dell’immaginazione, e posso immaginare che a Goodroad piaccia la sensazione del rame al pennello tanto quanto gli piace quello che sembra senza vernice su it: come qualcosa di ascoltato, un piccolo momento di violoncello che riecheggia nelle sale del museo del pensiero di Goodroad che include non solo la natura, ma la natura vista da Van Gogh, tra gli altri, e poi incasinata da Goodroad, che vede il mondo intero – che vale a dire con figure e paesaggi riconoscibili, che vengono offuscati a causa di come vede il mondo, che ha un suo ritmo ben distinto: fiumi che rallentano e scorrono proprio nel mezzo di una tela come in Al Deposito (2021-22). Ma è un fiume? O “solo” come Goodroad vede il colore blu e come risponde il mondo della vernice attorno ad esso?

Ad ogni modo, è un’opera profondamente visiva di un artista che crede, ancora, nel potere dell’occhio, e non nelle teorie sull’occhio. O io.” E posso solo dire, mentre ci avviciniamo a Senza titolo (pedaggio) (2022) che l’oro di questo pezzo mi ricorda le miniere di rame nel nativo Montana di Goodroad? Mentre Senza titolo (pedaggio) non è dipinto su rame – è olio su seta su flanella che misura circa 35 x 45 pollici – poggia sull’occhio come un solido, come il rame, ma il rame che è stato colpito da un eccesso di sole e buon feeling.

Quelle miniere d’argento e di rame nel Montana: alcune persone, tutti uomini, per lo più immigrati, hanno fatto un sacco di soldi lì, durante l’età dell’oro, hanno saccheggiato la terra e poi l’hanno abbandonata, e a volte, quando guardo il lavoro di Goodroad, vedo i dipinti come un modo per restituire alla terra, perché ne è innamorato, e come lo fa sentire, e come vuole che la pittura si senta con lui dentro. Oltre a sostenere il piacere, Brett sostiene il mistero. “Leggi” i suoi dipinti e te ne vai sapendo e non sapendo di cosa “riguardano”. In effetti, ciò di cui parlano, almeno la maggior parte delle volte, è la gioia che si dovrebbe provare immergendosi nel mondo come si vede in La sua isola verde (2014-22). C’è una figura lì, una specie di macchiata figura magistrale con una mano alzata come la Statua della Libertà, o qualche altra signora… la Columbia Pictures Lady?! Lei dalla toga bianca, che annuncia l’inizio dei nostri sogni cinematografici?! – che annuncia un nuovo mondo di possibilità e sogni. Leggere Goodroad in questo modo ricorda il piacere del testo visivo! Guardare Brett Goodroad è ricordare il piacere. Quella gioia trasmogrificante che crolla in piacere. E poi si rialza. Come cantare. A proposito di meraviglia. Anche questo fa parte di ciò che fa guardare Goodroad. Ripristina il tuo senso di meraviglia. Come fa a farlo? Fidandosi del mondo che gli è stato dato lui stesso, e poi tracciando una linea dritta attraverso di esso.

Hilton Al

in Greene Naftali, New York
fino al 14 gennaio 2023

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painted batik shawl

Artista in primo piano Heather Cohen | Squalo artistico

L’artista tessile Heather Cohen utilizza diverse tecniche pittoriche per creare opere d’arte indossabili dai motivi audaci e colorati. Scopri di più della sua collezione visitandola sito web.

scialle dipinto a mano con batik e shibori

Silk Patchwork Shibori & Batik Wrap, fibra indossabile dipinta a mano

Sono un designer tessile e artista con oltre quattro decenni di esperienza nel design, attualmente residente nella Carolina del Nord.

Giacca in lino dipinta a mano

Giacca in lino, fibra indossabile dipinta a mano

Sono originario di una piccola città chiamata Bulawayo nello Zimbabwe. Fin dalla tenera età sono stato influenzato da mia zia, una nota artista di batik e vetrate. Ho trascorso molte ore nel suo studio imparando il design e le diverse tecniche utilizzate nella pittura su tessuto. Fu durante quel periodo che mia zia riconobbe la mia abilità per quanto riguarda la comprensione del colore e del design.

scialle dipinto a mano batik

Blu Mobius Batik, fibra indossabile dipinta a mano

Crescere in Africa ha avuto e continua ad avere una forte influenza sulle mie tavolozze di colori e concetti di moda.

scialle triangolare fantasia dipinto a mano

Scialle Triangolare Patchwork con Bordo Burnout, fibra indossabile dipinta a mano

Dopo aver conseguito una laurea in Belle Arti con specializzazione in Textile Design e Teoria del colore presso il Ruth Prowse College of Art di Città del Capo, in Sud Africa, ho iniziato la mia carriera come stilista e designer presso una rinomata azienda di tessuti nel sud della California. Parte del mio lavoro consisteva nel viaggiare in Europa per la ricerca e lo sviluppo del design. Ho assistito alla creazione di stampe di tessuti e tipi di tessuto alla moda.

Shibori ha dipinto arte indossabile

Shibori Cotton-Flannel Cape, fibra indossabile dipinta a mano

Dopo sei anni di lavoro per loro, ho deciso che volevo diventare un artista freelance, progettando per molte aziende diverse. Alla fine, ho deciso di sviluppare la mia linea di abbigliamento dipinto a mano. Tramite sette rappresentanti di moda nazionali, la mia linea di abbigliamento è stata venduta alle boutique di tutto il paese.

scialle batik dipinto

Scialle batik tribale, fibra indossabile dipinta a mano

Dopo un decennio, io e mio marito abbiamo deciso di andare in una direzione diversa. Volevamo vendere direttamente al pubblico attraverso mostre d’arte su e giù per la costa orientale. Lo facciamo da 25 anni.

sciarpa batik

Sciarpa Batik Infinity, fibra indossabile dipinta a mano

Comincio creando e disegnando le mie linee di abbigliamento utilizzando solo tessuti naturali e organici, ad esempio seta, lino e garza di cotone. Questi tessuti sono spazi vuoti bianchi su cui dipingo a mano utilizzando una varietà di tecniche. Includono batik, shibori e applicazioni ad acquerello a mano libera.

scialle batik dipinto a mano da Heather Cohen

Scroll Batik Scialle, fibra indossabile dipinta a mano

Tutte le mie creazioni sono uniche e uniche nel loro genere. Non ce ne sono due esattamente uguali. I miei disegni continuano a riflettere l’influenza di crescere in Africa circondati da splendidi colori e audaci motivi tribali africani.

Heather Cohen ti invita a seguirla Facebook.

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Tour d’arte a Ginevra, la città dell’accoglienza capitale di pace – Mondo

Veduta dall’alto della Fondation Martin Bodmer e del lago Lemano, Ginevra | Courtesy Fondation Martin Bodmer 

Mondo – Quando le luci del mercatino di Natale de le Jardin Anglais si spengono e la fiabesca magia delle feste tramonta nello specchio del lego Lemano, il cuore grande di Ginevra continua a pulsare con lo spirito vibrante della sua accogliente anima a colori.
Con la sua atmosfera cosmopolita e la tradizione umanitaria che ribolle nelle prestigiose organizzazioni internazionali e missioni diplomatiche che hanno sede in città, dalla sede europea dell’ONU e della Croce Rossa a quella del CERN, dell’UNHCR, del GAVI (Distribuzione dei vaccini nei Paesi poveri), la “capitale della pace” invita i visitatori a scoprire la sua indole attraverso le atmosfere fuori dal tempo della Vieille Ville, i musei che ne tessono la storia, il vivace Quartier des Bains.
Il quadrilatero ginevrino dedicato all’arte contemporanea, fino agli anni Sessanta conglomerato anonimo di fabbriche di meccanica di precisione, accoglie oggi prestigiose gallerie, dalla Patrick Cramer a Skopia, da Xippas al Centre d’édition contemporaine. Qui, varcando la porta della Galleria Cramer potrebbe capitarvi di incontrare il signor Patrick in persona che vi intratterrà con alcuni aneddoti relativi alla sua amicizia con Pablo (Picasso), alle chiacchierate con Joan (Mirò) ai soggiorni di Marc (Chagall) nella sua dimora.

Il Muro dei Riformatori nel Parc des Bastions, Ginevra | Foto: © Samantha De Martin per

Il cuore grande della “metropoli più piccola del mondo”, come Ginevra è conosciuta per il suo carattere multiculturale, è racchiuso in Place du Molard dove un bassorilievo sulla torre medievale ricorda la sua vocazione di città dei rifugiati sopra al ritratto di Lenin che qui trovò accoglienza. A terra, le pietre d’inciampo che si illuminano al tramonto danno il benvenuto ai turisti in sei lingue.
Il grido di dolore di Ginevra contro ogni guerra è invece racchiuso nell’istallazione in legno “Broken Chair” (“Sedia rotta”) che domina la piazza di fronte al Palazzo delle Nazioni Unite, in Place des Nations. Realizzata dallo scultore Daniel Berset, dall’alto dei suoi dodici metri, ricorda la tragica sorte delle vittime delle mine antiuomo.

D’altra parte l’ultima guerra combattuta dalla città risale al 1602 quando Ginevra si ribellò all’ennesimo tentativo, da parte del duca di Savoia, di riconquistare i possedimenti perduti. Per ricordare quel combattimento, durante il quale, secondo la leggenda, “Mère Royaume”, sarebbe salita sulle mura della città riversando la minestra bollente contenuta in una pentola sulla testa di un sabaudo, ogni anno, la notte tra l’11 e il 12 dicembre, si celebra l’Escalade, una festosa manifestazione con tanto di corteo commemorativo in abiti d’epoca.

Durante la nostra passeggiata guidata a Ginevra, al grido “Qu’ainsi périssent les ennemis de la République” – motto che risuona durante questa festa in tutte le case dei ginevrini dove il più anziano e il più giovane rompono la “marmitta” di cioccolato, dolce tradizionale della festa dell’Escalade – rinnoviamo il rito al cospetto del Muro dei Riformatori, il monumento che campeggia nel Parc des Bastions onorando i quattro maggiori rappresentanti del Calvinismo, Guglielmo Farel, Giovanni Calvino, Teodoro di Beza, John Knox.

La città di Jean-Jacques Rousseau, che concesse ospitalità ai perseguitati e che fu ribattezzata la “Roma protestante” dopo che Jean Calvin portò qui il Protestantesimo, subì il rigore di questa fede che invitava i fedeli a non ostentare la ricchezza, al punto da indurre i tanti orafi francesi esuli a convertire la loro manualità, arte e precisione, nell’industria orologiera. Motivo per il quale Ginevra, e altre località della Svizzera francese sono sinonimo di orologeria e puntualità.
Basta fare un salto al Patek Philippe Museum, nel cuore del quartiere di Plainpalais, per regalarsi un viaggio attraverso 500 anni di storia dell’arte orologiera grazie alle collezioni di orologi e ai capolavori in smalto di produzione svizzera, ginevrina ed europea, realizzati tra il XVI e il XIX secolo. Ed ecco perché la cioccolata, unica leccornia a esser concessa in un’epoca di privazioni, è diventata goloso sinonimo di Svizzera.

Una storia di pace e umanità: il Musée international de la Croix-Rouge et du Croissant-Rouge (MICR)

C’è un museo nelle cui sale il cuore di Ginevra batte con maggiore intensità. 
La visita al Musée international de la Croix-Rouge et du Croissant-Rouge (MICR), l’unico museo consacrato all’opera di Henry Dunant, umanista, imprenditore e filantropo svizzero, Premio Nobel per la pace nel 1901, è un’esperienza di forte impatto. Tutto ebbe inizio quando il turbolento ragazzino, proveniente da una famiglia dell’alta borghesia ginevrina, profondamente scosso, da adulto, dalla carneficina e dalla disorganizzazione con la quale venivano portati i soccorsi nella battaglia di Solferino, maturò l’idea di dare vita a un corpo di volontari che assistesse tutti i feriti in battaglia senza distinzione di nazionalità.

Convenzione di Ginevra, 1864 | Courtesy Museo internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (MICR)

Nel 1863 Dunant, insieme ad altri quattro cittadini svizzeri, diede vita al Comitato ginevrino di soccorso dei militari feriti, chiamato comunemente Comitato dei cinque, predecessore del Comitato Internazionale della Croce Rossa. L’attività di Jean Henri Dunant, che descrisse gli orrori di guerra nell’opera Un ricordo di Solferino, fu l’impulso iniziale alla stipula delle convenzioni di Ginevra, una serie di trattati internazionali che contengono le norme di difesa della dignità umana. Il 22 agosto 1864 fu ratificata la prima convenzione di Ginevra per il miglioramento della sorte dei feriti in battaglia. La croce rossa su fondo bianco, emblema della più grande organizzazione umanitaria del mondo, nacque probabilmente come omaggio alla bandiera svizzera (croce bianca in campo rosso), simbolo che la Turchia e altri paesi islamici avrebbero sostituito con la mezzaluna di colore rosso in campo bianco.

Una sala del Museo internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (MICR) | Courtesy MICR

Inaugurato nel 1988 e completamente trasformato nel 2013, il Musée international de la Croix-Rouge et du Croissant-Rouge (MICR) è un viaggio interattivo di scoperta e riflessione, che parla al cuore dei visitatori proponendo, attraverso l’esposizione permanente e le mostre temporanee, un’esperienza unica d’iniziazione all’azione umanitaria. L’Avventura umanitaria è organizzata in tre spazi tematici concepiti da architetti di orizzonti culturali diversi: Difendere la dignità umana (opera del brasiliano Gringo Cardia), Ricostruire il legame familiare (realizzata da Diébédo Francis Kéré dal Burkina Faso) e Limitare i rischi naturali (del giapponese Shigeru Ban).
Ad accompagnare gli ospiti in questo viaggio sono dodici testimoni dei nostri tempi mentre 150 anni di storia si raccontano attraverso nove schermi tattili. Il Focus di attualità permette invece di seguire le operazioni della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa in tutto il mondo.

L’archivio dell’Agenzia internazionale dei prigionieri di guerra 1914-1923 | Courtesy Musée international de la Croix-Rouge et du Croissant-Rouge (MICR)

La sezione forse più emozionante del primo spazio tematico è quella che espone gli omaggi dei prigionieri ai delegati della Croce Rossa, la cui funzione è quella di visitare le carceri per garantire il rispetto dei diritti dei detenuti. Ogni prigioniero mostra come può, attraverso i mezzi che possiede in carcere, la propria riconoscenza alla persona che lo visita a nome del Comitato Internazionale della Croce Rossa. C’è chi dona una saponetta, chi una piccola opera realizzata con briciole di pane, chi un omaggio a forma di cigno costruito con carte di caffè. Un prigioniero nel 1944 scolpisce un uccello di legno, un altro nel 1918 realizza un servizio di tazzine con lische di pesce, custodito in una vetrina. Non mancano le storie raccontate attraverso schermi tattili, come quella di Emanuele, il bambino soldato che realizza il suo sogno di diventare un cantante rap.

La sezione relativa alla ricostruzione dei legami familiari, che la Croce Rossa incentiva in tutto il mondo, emoziona con le centinaia di fotografie di bambini dispersi, con le commoventi lettere delle madri ai figli, mentre di grande impatto è L’archivio dell’Agenzia internazionale dei prigionieri di guerra 1914-1923 iscritto al Registro della Memoria del mondo dell’UNESCO. Nella terza e ultima sezione dell’allestimento permanente intitolato Limitare i rischi naturali, il gioco “Uragano” mostra le attività di preparazione alle catastrofi naturali.

Allestimento della mostra Équilibres précaires al Musée international de la Croix-Rouge et du Croissant-Rouge (MICR), Julien Gremaud | Courtesy MICR

Il MICR accoglie la più grande collezione al mondo di manifesti umanitari, oltre a numerose fotografie. Diverse sono anche le mostre temporanee. Fino al 12 marzo il percorso Équilibres précaires è un invito a scoprire come mantenere l’equilibrio interiore mentre il mondo intorno a noi oscilla. Nell’anno dedicato alla “Salute mentale” (2022/2023), il Museo internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (MICR) ha dato carta bianca a tre artisti svizzeri contemporanei, Denise Bertschi, Nicolas Cilins e Nina Haab. Dialogando con una scultura di Olafur Eliasson, le loro opere inedite esplorano i nostri limiti, fisici e mentali, mettendo in discussione le nostre oscillazioni interiori.
Dal 25 maggio al 17 settembre è invece attesa la personale di Petrit Halilaj, l’artista visivo che da bambino ha conosciuto la guerra in Kosovo fermandola in alcuni disegni che ha realizzato mentre uno psichiatra infantile lo accompagnava in un campo profughi. Una volta divenuto adulto riscopre, da artista, i suoi lavori adattandoli a una grande installazione immersiva che interroga la memoria collettiva e individuale offrendo una riflessione sulla salute mentale e sulla resilienza.

Petrit Halilaj | Courtesy Matt Greenwood Tate St-Ives

Tra i presidenti della Croce Rossa si annovera un certo Martin Bodmer. Per saperne di più intorno a questo collezionista d’arte e filantropo svizzero che ha dato vita a una delle biblioteche private più importanti al mondo ci spostiamo di qualche chilometro inerpicandoci verso la silenziosa collina di Cologny.
Discendente di una famiglia di industriali arricchitasi con il commercio della seta, Bodmer, coltivò da sempre il suo sogno: dare vita a una “biblioteca universale” che ospitasse tutti i capolavori dell’umanità.

La Fondation Martin Bodmer, “wunderkammer” del pensiero umano
Quando l’ultimo sole colora di rosa i brandelli di neve che incastonano le due ville di inizio secolo che ospitano la Fondation M. Bodmer, la nostra visita si carica di suggestione. Martin Bodmer immaginava la sua biblioteca come un museo di tesori da condividere con il pubblico, ma è solo nel 1999 che sono stati mossi i primi passi per costruire un vero e proprio spazio espositivo. Il museo sotterraneo, progettato dall’archistar Mario Botta, ospita raffinate mostre temporanee. Creata nel 1971, la Fondazione espone alcuni dei più grandi testi letterari di tutto il mondo e di tutta la storia umana per un totale di sedici chilometri di libri.

La Fondation Martin Bodmer | Courtesy Fondation Martin Bodmer

La Biblioteca Bodmeriana, una sorta di wunderkammer del pensiero umano, dagli albori della scrittura ai giorni nostri, con i suoi 150 000 documenti in quasi 120 lingue differenti, dal 2015 è iscritta all’UNESCO Memory of the World programme, un’iniziativa volta a proteggere il patrimonio documentario mondiale, e costituisce una delle biblioteche private più importanti al mondo. Al suo interno sono custoditi 200 manoscritti occidentali e un centinaio orientali, circa 2000 documenti autografi e 270 incunaboli, rare incisioni. La collezione comprende una delle 48 copie sopravvissute della Bibbia di Gutenberg, e ancora la più antica versione completa del vangelo di Giovanni, le prime edizioni di Shakespeare, Molière, Lope de Vega, tre manoscritti trecenteschi della Commedia e manoscritti di opere di Virgilio e Tommaso d’Aquino, le tesi di Lutero e una serie di documenti firmati da Mozart, Beethoven, Napoleone e Borges solo per citare alcune chicche. Il reperto più cospicuo del fondo è certamente il corpus dei Papiri Bodmer (circa 1800 pagine in copto e greco su argomenti cristiani e pagani), un gruppo di ventidue papiri scoperti in Egitto nel 1952 e che Martin riuscì ad acquisire.
La collezione alimentata dalla passione di Martin Bodmer include anche diverse opere d’arte. Un inventario (incompleto) elenca 117 oggetti risalenti alla preistoria, all’antico Egitto, all’antico Medio Oriente, alla Grecia antica ed ellenistica, ma anche legati a Roma, all’Europa medievale e moderna, all’arte indigena delle Americhe, dell’Africa, dell’Oceania e dell’Estremo Oriente. Ci sono le monete dall’antica Grecia e dall’Impero Romano al Medioevo, disegni, pietre e fossili (alcuni di questi visibili nel bookshop della Fondazione).

Fondation Martin Bodmer

Varcando il cancello si percepisce la missione del suo collezionista: riflettere “l’avventura dello spirito umano” dando vita a una “Weltliteratur”, una “biblioteca della letteratura mondiale”. La straordinaria collezione permanente non è interamente visibile agli ospiti, ed è anche per questo che, oltre a promuovere la digitalizzazione dei documenti in modo che possano essere fruibili da tutti e da qualsiasi parte del mondo, la Fondazione funge anche da hub di ricerca, accogliendo i ricercatori internazionali.
La collezione è visibile, a rotazione, grazie alle interessanti mostre, autentiche chicche dedicate alla scienza, alle arti, alla storia e alla letteratura, che la Fondazione accoglie. Come l’esposizione da poco conclusasi dedicata a Dante, dal titolo Inside the Dante Factory, un gigantesco laboratorio composto principalmente da oggetti appartenenti alla Fondazione Martin Bodmer, mai esposti al pubblico, oltre a libri e manoscritti rari e a una copia originale del celebre ritratto di Dante di Sandro Botticelli del 1495.
Dal 3 marzo al 9 luglio la Fondazione accoglierà un percorso dedicato ai “Tesori illuminati della Svizzera”, un approfondimento sulle miniature che impreziosiscono i libri antichi, in arrivo principalmente dalla biblioteca dell’abbazia di San Gallo, una delle biblioteche monastiche tra le più importanti e antiche al mondo.

Tra le gallerie d’arte del Quartier des Bains, la “piccola Soho di Ginevra”
Raggiungiamo il Quartier des Bains. Questo autentico santuario dell’arte moderna ginevrina con il Centre d’Art Contemporain, il MEG – Musée d’ethnographie de Genève, il MAMCO – Musée d’art moderne et contemporain, è stato ribattezzato la “piccola Soho di Ginevra” per l’atmosfera creativa che si respira tra le sue strade.
Il MAMCO – Musée d’art moderne et contemporain de Genève – attraverso le ampie vetrate e le sale dove si intravedono le tracce delle macchine che un tempo popolavano questa fabbrica dismessa, ammicca alle numerose gallerie d’arte di questo quartiere che accoglieva un tempo i bagni pubblici. Con la sua collezione che include oltre 6.000 opere che vanno della seconda metà del XX all’inizio del XXI secolo, il MAMCO, sin dalla sua apertura, nel 1994, ha sviluppato una forma di museografia senza precedenti diventando il più grande museo di arte contemporanea della Svizzera. Lavorando principalmente sull’arte dagli anni Sessanta, questa istituzione punta su una “esposizione globale” che riunisce mostre temporanee e rinnovate presentazioni delle sue collezioni permanenti. Dedicato all’arte del nostro tempo, il MAMCO si rivolge a un pubblico ampio proponendo percorsi storici attraverso diverse mostre articolate attorno a un progetto principale, rinnovato tre volte all’anno.

Così nella “piccola Soho” ginevrina dove un tempo campeggiavano i bagni pubblici e le fabbriche della SIP, nel reticolo tra rue des Rois, Rue des Vieux-Grenadiers, Rue des Sablons, fanno oggi capolino i manichini con le effigi di Pac-Man dell’artista californiana Liz Craft, che ammiccano ai passanti dalle grandi vetrine del Centre d’édition contemporaine, a metà tra un coro urlante e una setta di pazzi, grotteschi e minacciosi, che implorano di essere portati fuori dal loro inferno.
Nell’antico quartiere dei bagni capita poi di imbattersi nei dipinti astratti dell’artista visivo Alain Biltereyst, protagonista fino al 4 marzo di una retrospettiva alla Galleria Xippas dal titolo Hidden in Plain Sight assieme a Decano Monogenis, i cui lavori sono popolati da edifici modernisti, impalcature colorate e case di architetti immaginari tra paesaggi rocciosi ricoperti di vegetazione selvaggia, sul confine tra realtà e fantasia. Mentre dal 13 gennaio al 4 marzo le sale della Galleria Skopia presentano Rottedrame – Hamburg, una retrospettiva dedicata a Émilien Leroy.

Pochi metri ci separano dalla Galleria di Patrick Cramer, al numero 2 di Rue du Vieux-Billard. Una leggera pioggia, in un pomeriggio di inizio dicembre, contribuisce a trasportarci in un tempo altro fatto di artisti e collezionisti appassionati. Dopo aver annunciato la prossima mostra dedicata ad André Du Besset (Oeuvres récentes dal 12 gennaio al 28 febbraio), artista francese noto per i suoi lavori in acrilico su stoffa, Cramer mostra una foto di famiglia scattata da Jacqueline Picasso a Cannes nel 1961. Ritrae Pablo assieme a Gérald, Tania, Ynes e Patrick Cramer. A sua volta figlio di gallerista, Cramer si lascia andare ai ricordi di famiglia, ricorda l’acquerello donato da Joan (Mirò) come regalo di nozze, la passione di Marino Marini per Ginevra, parla delle visite di Chagall nella sua casa, dove il pittore ha soggiornato ben 17 volte. È una fonte inesauribile di aneddoti, Cramer, e si rimarrebbe ore ad ascoltarlo nelle intime sale di questa galleria nel cuore del Quartier des Bains.

Mentre il sole tramonta e il celebre “Jet d’eau” (il getto d’acqua) si colora raggiungendo il cielo con i suoi 500 litri di acqua del lago che schizzano verso il cielo con una velocità di quasi 200 chilometri orari, il profumo della cioccolata si impiglia tra i rami dgli alberi che cingono il Lemano, simili a coralli di lago. Un tour con Nadia, l’appassionata guida di Local flavours tour vi svelerà le cioccolaterie più pregiate e sorprendenti, per un avvincente viaggio tra autentiche opere d’arte tutte da gustare.

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Stupendi e divertenti collage di ispirazione retrò di Toon Joosen » Design You Trust


L’artista olandese Toon Joosen ha un talento innegabile per la creazione di collage che sono allo stesso tempo divertenti e stimolanti. La sua opera d’arte si concentra sulla vita di tutti i giorni, prendendo oggetti e scenari che le persone spesso trascurano e elevandoli in prima linea nelle sue composizioni.

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Il lavoro di Joosen è una miscela magistrale della sua fotografia e dei suoi disegni, combinati con materiali provenienti da riviste, cartoline e spazzatura di strada. Le scene risultanti sono piene di un elemento di sorpresa o ironia che riflette la nostra vita quotidiana e accompagna lo spettatore in un viaggio attraverso scenari ironici con un tocco vintage.


Attraverso i suoi collage, Joosen è in grado di dare nuova vita all’ordinario e di farcelo vedere sotto una nuova luce. Le sue opere non solo intrattengono, ma ci incoraggiano anche a guardare il mondo che ci circonda con una nuova prospettiva. È un riflesso della sua visione unica e della sua capacità di trasformare il banale in qualcosa di straordinario.
















































































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“Il capolavoro rubato. Immagini come macchine del tempo” presso A…kademie der bildenden Künste Wien Kunstsammlungen, Vienna

“Il capolavoro rubato. Immagini come Time MachineS” compie un viaggio digressivo attraverso la storia dell’arte dal XV secolo ai giorni nostri, come testimoniano le collezioni d’arte dell’Accademia di Belle Arti. Nel processo, affronta le teorie della rappresentazione pittorica del XVII secolo, come quelle di Samuel van Hoogstraten, così come le considerazioni dell’odierna teoria dei media che sono una conseguenza della trasformazione tecnologica e come questa si è riflessa nella generazione delle immagini.

Il titolo della mostra deriva da una commistione del romanzo poliziesco di EA Poe La lettera rubata su una lettera rubata che passa inosservata in bella vista e la novella di Honoré de Balzac Il capolavoro sconosciuto (Le Chef-d’oeuvre inconnu), che esplora l’immaginazione e i limiti della rappresentabilità: “Lo scopo dell’arte non è copiare la natura, ma esprimerla!” proclama nella novella il vecchio maestro Frenhofer. Inoltre, la novella presenta figure come Peter Paul Rubens, Nicolas Poussin e François Porbus, tutti rappresentati nella collezione della Galleria dei dipinti. Le questioni di rappresentazione, appropriazione, mimesi e inganno (ottico) giocano un ruolo in entrambe le narrazioni, sebbene in termini opposti, insieme alla questione di come definire la “padronanza” quando si tratta di afferrare la realtà.

Oltre a questi temi, le sale successive della mostra mettono in scena la metafora del paesaggio marino e la sua rappresentazione politico-territoriale: la nave e il mare. Il periodo al culmine delle concezioni auliche e borghesi della società, le implicazioni della proto-industrializzazione per i rapporti di classe e le condizioni di vita giocano qui un ruolo chiave insieme alle relative figure ambigue di esclusione e satire di status. Entrano in gioco i nudi e le raffigurazioni di Maria, così come i poli contrastanti della trascendenza dionisiaca e apollinea o gotica.

Tipologie, transizioni fluide e costituzioni soggettive sono esposte e messe in discussione su un palcoscenico ricco di correlazioni sorprendenti e giustapposizioni radicali in uno spirito di vedere l’arte attraverso il prisma di “somiglianze familiari” e corrispondenze o connessioni nonostante tutti i condizionamenti storici prodotti e stabiliti nei secoli. Allo stesso tempo, la mostra segna l’inizio di una serie di tentativi di utilizzare la presentazione museale per porre domande sui compiti di mediazione tra arte antica e nuova nei musei e per continuare un dibattito che va avanti da alcuni anni attorno ai concetti di il transistorico, il “metabolico” e il “museo radicale”.

Artisti partecipanti:
Albrecht Altdorfer, Philips Angel van Middelburg, Cornelis Bega, Johann Christian Friedrich, Wilhelm Beyer, Abraham van Beyeren, Quirin Boel, Hieronymus Bosch, Alessandro di Mariano Filipepi detto il Botticelli, Dieric Bouts, Jacques Callot, Daniel Chodowiecki, Joos van Cleve, Lucas Cranach il Vecchio, Albrecht Dürer, Anthony van Dyck, Antonio da Fabriano, Barent Fabritius, pittore fiorentino, Jan Fyt, Jan van Goyen, Hans Baldung Grien, Joris van der Haagen, Samuel van Hoogstraten, Jan van Huysum, Johann Kupetzky, Johann Baptist von Lampi il Giovane, Claude Gelée, detto Lorrain, Maestro delle Forelands Austriache, Maestro dell’Adorazione Von Groote, Maestro della Leggenda di Santa Caterina (Cerchio), Maestro dei Paesi Bassi, Martin van Meytens, Michael van Mierevelt, Jan Miense Molenaer , Monogrammist HP, Jacobea Maria van Nikkelen, Adriaen van Ostade, Rembrandt Harmensz. van Rijn, Peter Paul Rubens, Jacob van Ruisdael, Rachel Ruysch, Roelant Savery, Jacopo del Sellaio, Laurenz Spenning, attribuiti, Pierre Subleyras, David Teniers the Younger, Anna Dorothea Therbusch, Wigerus Vitringa, Simon de Vlieger, Cornelis van der Voort, attribuito a Rogier van der Weyden, Franz Zächerle, Reinier Nooms, detto Zeeman.
Martin Beck, Anna-Sophie Berger / Teak Ramos, Marcel Broodthaers, Lili Dujourie, VALIE EXPORT, Rodney Graham, Ulrike Grossarth, Albert Paris Gütersloh, Marcello Maloberti, Willem Oorebeek, Jeroen de Rijke / Willem de Rooij, Klaus Scherübel, Allan Sekula, Paul Sietsema, Laurence Sturla.

in A…kademie der bildenden Künste Wien Kunstsammlungen, Vienna
fino al 29 gennaio 2023

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Francis Alÿs: un momento di complicità collettiva

Francis Alÿs: un momento di complicità collettiva

Francis Alÿs, in collaborazione con Julien Devaux, Felix Blume, Ivan Boccara, Abbas Benheim, Fundaciéon Montenmedio Arte, e bambini di Tangeri e Tarifa. Non attraversare il ponte prima di arrivare al fiume (Stretto di Gibilterra, Marocco-Spagna), 2008. Video (colore, suono; 7 minuti: 46 secondi). © Francis Alÿs. Per gentile concessione dell’artista e di David Zwirner.

ENota del redattore: Francis Alÿs parla delle circostanze inaspettate durante la produzione del suo film collaborativo Non attraversare il ponte prima di arrivare al fiume (2008), che è stato mostrato come parte dell’undicesimo Biennale di Sharja. Questa intervista è stata condotta da Ian Forster e Diane Vivona alla Sharjah Art Foundation nel 2013. Il film è disponibile per la visione alla fine del testo.

ART21: Per favore, presentaci il tuo film, Non attraversare il ponte prima di arrivare al fiume (2008).

FRANCIS ALŸS: È un pezzo di performance piuttosto semplice. L’idea è quella di creare l’immagine di un ponte tra Tarifa sulla costa spagnola e Tangeri sulla costa marocchina. Originariamente il progetto doveva realizzarsi con comunità di pescatori su entrambi i lati e con barche vere. Ma, poiché ho incontrato così tante difficoltà e problemi nel coinvolgere le due comunità – c’è molta rivalità e concorrenza per i territori di pesca nello Stretto di Gibilterra – i ragazzi di Tangeri e Tarifa sono finiti per essere i partner principali del progetto . Il progetto sta letteralmente costruendo due file di barche che, allo spettatore, sembrano incontrarsi all’orizzonte. Quindi, è l’illusione di un incontro sulla linea dell’orizzonte.

Francis Alÿ in collaborazione con Rafael Ortega, Non attraversare il ponte prima di arrivare al fiume (Stretto di Gibilterra, Marocco-Spagna), 2008. Vista dell’installazione. Immagine per gentile concessione della Sharjah Art Foundation.

ART21: Cosa ti ha spinto a scegliere questa particolare località?

ALŸS: Storicamente e geopoliticamente, è probabilmente uno dei luoghi più simbolici delle migrazioni da sud a nord. Lo Stretto di Gibilterra è il modo in cui l’Homo sapiens ha attraversato il continente europeo. Quando sei nello Stretto, vedi l’altra sponda. La vicinanza e il tipo di assurdità del movimento, del flusso, è nella tua faccia.

ART21: Come hai coinvolto le comunità in questo pezzo?

ALŸS: Coinvolgere le comunità è la storia nella storia. L’evento è di un giorno; sta accadendo contemporaneamente da entrambe le parti [of the Strait]. La vera storia del progetto sono i due anni prima dell’evento, quando cercavamo di coinvolgere le persone nella conversazione. Questo aspetto è molto più difficile da materializzare come opera d’arte. In questo caso ho voluto mantenerlo così com’era: un po’ come un confronto tra la fantasia di un progetto e la realtà all’interno dell’evento. Include tutti i problemi che abbiamo incontrato; come si è scoperto, quel giorno il mare era piuttosto agitato. È diventata come una battaglia dei bambini contro le onde. Ma è quello che è. Ho messo insieme una trama, ho coinvolto le persone a partecipare, e poi qualunque cosa sia accaduta è la risposta, la risposta al mio invito, alla mia ricerca. Credo che nessuno abbia mai visto davvero una linea che raggiungesse l’orizzonte. Sarebbe potuto succedere un altro giorno, dio lo sa. È la risposta che ho avuto in quel particolare momento.

Francis Alÿs in collaborazione con Julien Devaux, Felix Blume, Ivan Boccara, Abbas Benhim, Fundación Montenmedio Arte e i ragazzi di Tangeri e Tarifa. Non attraversare il ponte prima di arrivare al fiume (Stretto di Gibilterra, Marocco-Spagna), Documentazione video e fotografica di un’azione. Video; TRT 7 minuti e 46 secondi. Foto: Roberto Rubalcava.

ART21: Com’è stato lavorare con i bambini durante la tempesta?

“Questo è anche quello che cerco: questo momento di complicità collettiva”

ALŸS: Ho cercato di allontanarmi il più possibile, per guardare. Ad un certo punto, ho pensato: “No, questo è troppo. Questo è fuori controllo. Dobbiamo solo andarcene. Il mare è troppo agitato, i ragazzi si stanno spingendo troppo lontano e sono troppo emotivi per questo”. Per fortuna a quel punto il mare si è un po’ raffreddato e abbiamo proseguito per un altro paio d’ore. C’è stato uno strano momento in cui stava diventando qualcos’altro e l’emozione collettiva era un po’ troppo forte. Ma è anche quello che cerco: questo momento di complicità collettiva, un momento di estremo scontro tra i partner del progetto, in cui tutti hanno l’illusione di creare un ponte. In quei momenti, c’è un fattore di resistenza fisica coinvolto nel progetto.

Ma a volte devi essere in grado di dire: “Questo è il limite”. E siamo arrivati ​​a quel punto. Lavorando con bambini che hanno l’età di mio figlio, dopo mi sono sentito molto a disagio. L’evento è stato più pericoloso di quanto sembri. I bambini non erano in piedi per terra alla fine della fila; stavano nuotando. In un mare normale, sarebbe andato bene, ma le condizioni in quel particolare giorno erano al di là del normale; Non sapevo se quei bambini sapessero nuotare. [After filming,] abbiamo fatto una telefonata sulla spiaggia – “Chi vuole avere una barca?” – perché stavamo lasciando le barche [there]. Il pezzo include anche preparare un pasto, come una fiesta o una festa, e creare un momento in cui la comunità si riunisce e pensa a questo particolare problema.

“Sono uno spettatore tanto quanto te.”

ART21: Come hai fatto a rappresentare questa situazione su pellicola?

ALŸS: Stavo cercando di scrivere una cronaca del progetto, e mi sono reso conto che non c’è un lieto fine. Non c’è morale, solo presentare fatti e uno stato di tensione tra due coste – in questo caso, due comunità e due culture – e il resto è il più aperto possibile.

Francis Alÿ in collaborazione con Rafael Ortega, Non attraversare il ponte prima di arrivare al fiume (Stretto di Gibilterra, Marocco-Spagna), 2008. Vista dell’installazione. Immagine per gentile concessione della Sharjah Art Foundation.

ART21: Come vedi il pezzo finito?

ALŸS: Retrospettivamente. Il pezzo è stato eseguito nel 2008, ma ho iniziato a lavorare al progetto nel 2006. L’ho tenuto nell’armadio per anni perché non sapevo come raccontare la storia. E poi, all’improvviso, ho iniziato a scrivere. È stato un progetto leggermente conflittuale su cui lavorare. Attraverso quel processo, ho deciso che va bene mostrarlo per quello che è. La mia percezione del progetto oggi non è chiara. Comincio ad avere qualche reazione ora. Oggi, mentre stavo allestendo la mostra, un operaio indiano o pakistano è venuto da me e mi ha detto: “Ho capito quella parte, ma cosa stavi cercando di dire lì?” Vengo qui per cercare risposte, tanto quanto il pubblico. Quando metto in scena un lavoro, non è più mio. Sono uno spettatore tanto quanto te.

Visitare il sito web dell’artista per ulteriori informazioni sul film e Fondazione artistica di Sharjah per approfondimenti e immagini sull’intera installazione.

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The other face of Renoir is revealed in Rovigo – Rovigo

Pierre-Auguste Renoir, The blonde baigneuse, 1882. Turin, Giovanni and Marella Agnelli Art Gallery

I rovigo – At forty, Impressionism was no longer enough for him. In search of new paths, Pierre-Auguste Renoir decided to look back to the great Italian art. In 1881 he left for Italy to study the Renaissance masters. And for his painting it was a revolution. For the first time, an exhibition will recount the crisis and rebirth of the French painter, investigating its unpredictable consequences. Scheduled in Rovigo from 25 February, Renoir and Italy will bring together loans from Italian and international museums and private collections, retracing the stages of the master’s Grand Tour in parallel with his artistic evolution.

After exhibition dedicated to Kandinsky in 2022, the great photography of Doisneau (2022) and by Robert Capa (ongoing until 29 January 2023), Palazzo Roverella dates back to the origins of the Modern to unravel its links with tradition. In the staging by Paolo Bolpagni, we will follow Renoir from Venice – where he was struck by Tiepolo and Carpaccio, whom he still didn’t know – to Padua and Florence, and then to Rome, which dazzled him with its Mediterranean light. Here the artist was conquered by the masters of the Renaissance, Raffaello first of all, of which he admired “the simplicity and grandeur” in the frescoes of Villa Farnesina. Finally arriving in Palermo and Naples, where he discovered the marvels of Pompeian painting and was amazed by the splendor of the island of Capri. “The problem with Italy is that it is too beautiful”, he wrote: “The Italian streets are crowded with pagan gods and biblical characters. Every woman who breastfeeds a child is a Madonna by Raphael!”.

Pierre-Auguste Renoir, Study for Le Moulin de la Galette, 1875-1876, Oil on canvas, 85 x 65 cm, Charlottenlund, Ordrupgaard

The story of Jean Renoir, son of the painter and famous director, will accompany visitors along the itinerary of the exhibition, an all-round journey into the mature years of one of the greatest artists of all time. “By merging the lesson of Raphael and that of Jean-Auguste Dominique Ingres, Renoir recovers a clear drawing and an attention to the volumes and monumentality of the figures”, explains the curator Bolpagni.
At Palazzo Roverella we will discover a different Renoir than usual, far from the impressionist season with which we are used to associate him. A “modernly classic” Renoir, albeit in his own way, which will reveal itself in unexpected comparisons with works belonging to other eras and contexts.

Pierre-Auguste Renoir, Nu au fauteuil, 1900. Kunsthaus, Zurich

“Painting in a powerful neo-Renaissance style, where the warm and sparkling tones borrowed from the late Titian and from Rubens, just as by the eighteenth-century Fragonard and Watteau, were combined with references to a mythical and classical iconography, Renoir anticipated the return to order” of the 1920s and 1930s, Bolpagni continues. “An aspect of his production that has not been sufficiently focused: what superficially appeared as an involution was actually a premonition of much of the painting that would develop between the two wars”.

Pierre-Auguste Renoir, Roses in a vase, 1900. Kunsthaus, Zurich

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Spettacolari immagini vincitrici del concorso Foto di montagna dell’anno 2022 »Design You Trust

Una selezione dei vincitori e dei concorrenti per il concorso fotografico annuale della rivista Trail, giunto alla sua nona edizione.

L’opera vincitrice della contabile di Anglesey Kat Lawman è un’immagine scattata sopra le nuvole in cima a Garnedd Ugain a Eryri (Snowdonia), che mostra Giove, Saturno e Venere allineati sotto lo sguardo attento di un campeggiatore selvaggio. Kat, che trascorre anche il suo tempo come leader di montagna e ha iniziato a fotografare come hobby tre anni fa, ha dichiarato: “È stato un momento così commovente che mi sono ridotta alle lacrime. Le montagne qui a Snowdonia sono la mia vita, e la mia fuga… Questa notte di dicembre sono riuscito ad avere l’intero massiccio dello Snowdon tutto per me, non c’era un’altra persona in giro e questa foto sarà sempre la più speciale per me’ . Fotografia: Kat Lawman

Di più: Vivi per l’aria aperta

Un incontro inaspettato all’alba su Crib-y-Ddysgl, su Garnedd Ugain, Eryri. Fotografia: Tim Smith

Alba su Suilven, altopiani nord-occidentali. Fotografia: Adrian Conchie

Anche l’immagine al terzo posto è di Snowdonia: uno scatto che mostra la Via Lattea che si inarca sopra Llyn Llydaw. L’ambasciatore Fujifilm e giudice del concorso Chris Upton ha dichiarato: “Un’immagine favolosa. Tanto impatto con l’arco della Via Lattea e la foschia sullo sfondo che aggiungono un elemento importante alla foto. Tecnicamente ottima, esposizione perfetta, nitida in tutto e ottima composizione’. Fotografia: Luca Gage

Cliff Hand, con vista verso Assynt e Coigach, Highlands. Fotografia: David Hutchings

Un camper selvaggio nel Lake District. Fotografia: Daniel Halliday

Questa seconda immagine di Padam Gurung ha catturato la bellezza, le dimensioni e l’avventura dell’attraversamento di Striding Edge nel Lake District in una giornata invernale. ‘Mentre mi dirigevo verso Striding Edge al mattino, la gente stava già camminando sul crinale. Il sole che colpisce la scogliera ricoperta da leggere nuvole atmosferiche ha creato una sagoma del bordo e delle persone che vi camminano sopra, quindi ho preso la mia macchina fotografica e ho scattato foto in varie composizioni. Fotografia: Padam Gurung

Inverno a Glen Coe, Highlands. Fotografia: Jay Birmingham

Cascate Buachaille Etive Mòr, Altopiani. Fotografia: Jay Birmingham

Tryfan alba, Snowdonia. Fotografia: Paolo Williams

Fairfield tramonto a ferro di cavallo, Lake District. Fotografia: Mat Partington

Il sole sorge tra Sgurr nan Gillean e Knight’s Peak, Black Cuillin, Isola di Skye. Fotografia: Adrian Trendall

Stelle su Glen Coe, Highlands. Fotografia: George Burro

Tramonto al Fiddler, Highlands. Fotografia: Joe Purmal

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