Stranieri Ovunque. Presentata la 60ª Mostra Internazionale d’Arte di Venezia – Venezia



Bordadoras de Isla Negra (Founded in Isla Negra, Chile, 1967 – 1980), Untitled, 1972), Tela ricamata, 230 × 774 cm | Foto: Nicolas Aguayo | Courtesy GAM | © Nicolas Aguayo e GAM

VeneziaStranieri Ovunque – Foreigners Everywhere è il titolo della 60ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, al via il 20 aprile 2024 con pre-apertura il 17, il 18 e il 19 aprile: un inno alla multiformità dell’arte in ogni angolo del mondo, vista da quel Sud globale che il curatore brasiliano Adriano Pedrosa sente di rappresentare. Un’occasione per esplorare l’universo che si è sviluppato ai margini di un sistema ancora incentrato sull’Europa e sul Nord America, tra mille crisi e contraddizioni. E scoprire che, ognuno a modo suo, stranieri siamo tutti. Sarà la Biennale delle sorprese, degli outsider, degli artisti indigeni, queer, folk, autodidatti, e chi più ne ha più ne metta, annuncia Pedrosa, che al pubblico lagunare promette anche “tanta bellezza”. 

“L’espressione Stranieri Ovunque ha più di un significato”, ha spiegato il curatore durante la presentazione di questa mattina: “Innanzitutto, vuole intendere che ovunque si vada e ovunque ci si trovi si incontreranno sempre degli stranieri: sono/siamo dappertutto. In secondo luogo, che a prescindere dalla propria ubicazione, nel profondo si è sempre veramente stranieri”. Per la sua storia e per il suo presente, Venezia sembra incarnare a perfezione l’idea. Ma all’origine del titolo della 60ª Biennale c’è una serie di sculture del 2004 del collettivo Claire Fontaine, nato a Parigi e basato a Palermo, dove sculture al neon di vari colori riportavano la scritta Stranieri Ovunque in 53 lingue. La ritroveremo negli ex cantieri navali delle Gaggiandre, all’Arsenale, in una nuova installazione su larga scala.


Claire Fontaine, Foreigners Everywhere (English), 2005, Tecnolux ultravioletto, vetro 10mm retroverniciato, struttura, trasformatore elettronico, cavi | Foto: Studio Claire Fontaine | © Studio Claire Fontaine | Courtesy Claire Fontaine e Galerie Neu, Berlino

Novanta partecipazioni nazionali negli storici Padiglioni animeranno quella che gli organizzatori definiscono orgogliosamente la prima Biennale a “neutralità carbonica”, nonché la prima ideata da un curatore proveniente dall’America Latina e, come afferma lui stesso, “dichiaratamente queer”. Sono quattro Paesi al debutto assoluto in Laguna: Repubblica del Benin, Etiopia, Repubblica Democratica del Timor Leste e Repubblica Unita della Tanzania. Il Padiglione Italia, curato da Luca Cerizza alle Tese delle Vergini in Arsenale, presenterà il progetto Due qui / To hear dell’artista Massimo Bartolini, coadiuvato da musicisti e scrittori.

Ma al momento la curiosità è tutta per lMostra Internazionale curata da Pedrosa tra l’Arsenale e il Padiglione Centrale ai Giardini, privilegiando autori del tutto nuovi per la scena veneziana. Un viaggio in due tempi e 332 artisti, che al Nucleo Contemporaneo affiancherà un Nucleo Storico, popolato di dipinti, sculture e opere su carta realizzate tra il 1906 e il 1999. In primo piano, i modernismi del Sud globale, per scoprire storie alternative e “mettere in discussione i confini del modernismo”, con tre sezioni a scandire il racconto. In Ritratti osserveremo come la figura umana sia stata esplorata nei modi più svariati da questi artisti, proprio mentre in Occidente deflagrava la crisi della rappresentazione. Spesso si è trattato di riflessioni nate proprio dal contatto con l’arte moderna europea e statunitense, “divorato e metabolizzato” secondo il modello antropofagico di Osvald de Andrade che, da bravo brasiliano, il curatore cita.


Mohamed Chabâa (Tangier, Marocco, 1935 – Casablanca, 2013), Composition, 1974, Acrilico su tela, 94 × 220 cm | Foto: Maria e Mansour Dib | Courtesy Ramzi e Saeda Dalloul Art Foundation

Astrazioni, invece, vedremo 37 opere, tra le quali spicca “la straordinaria scuola di Casablanca”, racconta ancora Pedrosa: “un’astrazione diversa da quella europea, caratterizzata da forme organiche e curvilinee, colori vivaci…”. Qui artisti presentati insieme per la prima volta daranno luogo ad un dialogo imprevedibile, suggerendo parallelismi e rimandi inattesi. 
L’ultima sezione del Nucleo Storico sarà dedicata alla Diaspora italiana, con 40 artisti originari del nostro Paese di cui in molti casi abbiamo perso la memoria: artisti che nel XX secolo hanno viaggiato per il mondo integrandosi in nuove realtà, e spesso rivestendo un ruolo significativo nella diffusione del Moderno fuori dai suoi territori d’origine. Ne ammireremo le opere in eleganti espositori in vetro disegnati da Lina Bo Bardi, lei stessa italian trapiantata in Brasile.

Nucleo Contemporaneo presenta invece i protagonisti dell’arte della nostra epoca, caratterizzata da una varietà di espressioni e da specificità che resistono e, a volte, si radicano con più forza a dispetto di una realtà uniformante: artisti queer, indigeni, folk, outsider impegnati a lavorare sulla propria storia o su riflessioni di più ampio respiro, legate alla complessità multiforme e diseguale del vivere contemporaneo. “Gli artisti indigeni avranno una presenza emblematica”, annuncia il curatore: “Le loro opere accoglieranno il pubblico nel Padiglione Centrale, con un murale monumentale realizzato dal collettivo brasiliano Mahku sulla facciata dell’edificio, e nelle Corderie, dove il collettivo Maataho di Aotearoa/Nuova Zelanda presenterà una grande installazione”. 
Sempre alle Corderie troveremo una sezione speciale dedicata a Disobedience Archive, un progetto di Marco Scotini che dal 2005 sviluppa un archivio video incentrato sulle relazioni tra pratiche artistiche e attivismo. Attorno a questo tema si disporranno le opere di 39 artisti e collettivi realizzate tra il 1975 e il 2023, tra attivismi diasporici e disobbedienza di genere.


Erica Rutherford (Edinburg, United Kingdom, 1923 – Charlottetown, Canada, 2008), Self-Portrait with Red Boots, 1974, Acrilico su tela, 137.2 × 132.1 cm | © The Estate of Erica Rutherford | Courtesy of the Collection of Beth Rudin DeWoody

Due elementi inediti percorrono l’intera mostra curata da Pedrosa: la presenza constante del tessile in tutte le sue forme, per valorizzare l’artigianalità accogliendo finalmente tecniche considerate “straniere” dalla storia dell’arte, e i vincoli di sangue che legano tra loro alcuni artisti – genitori e figli, zii e nipoti, Maori, Yanomani, Guaranì, ma non solo – a sottolineare il valore di una trasmissione delle conoscenze fuori dai canali accademici.

Trenta Eventi Collaterali affiancheranno la Biennale 2024 in città, insieme a progetti speciali come la mostra di sculture in ceramica di Nedda Guidi, scomparsa nel 2015, presso la Polveriera Austriaca di Forte Marghera, o il progetto della brasiliana Beatriz Milhazes al Padiglione delle Arti Applicate, realizzato in collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra, mentre i Leoni d’Oro alla carriera sono stati assegnati all’artista turca Nil Yalter (residente a Parigi) e alla brasiliana Anna Maria Maiolino, italiana di nascita.


Lorna Selim (Sheffield, United Kingdom, 1928 – Abergavenny, Wales, 2021) Unknown, 1958, Olio su tela, 83 × 70.5 cm | Courtesy Mathaf: Arab Museum of Modern Art | Foto: Hamad Yousef



Source link

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *